California / #OccupyOakland rilancia


L’esperienza più avanzata del movimento statunitense lancia lo sciopero generale per il Primo maggio. Un sasso nello stagno del sindacato Usa

01 febbraio 2012 - 18:23

di Felice Mometti da Megafono Quotidiano

Occupy Oakland rilancia. Dopo la giornata del 28 gennaio in cui la polizia ha arrestato 400 persone durante le iniziative per occupare un centro conferenze in disuso appartenente a una società immobiliare, l’assemblea generale di Occupy Oakland ha deciso di impegnarsi nella costruzione dello sciopero generale il prossimo Primo maggio.

Negli Stati Uniti il Primo maggio è un giorno lavorativo come gli altri nonostante faccia riferimento alle lotte e ai massacri della polizia avvenuti a Chicago nel 1886 e al valore non solo simbolico che riveste in molti Paesi. Da alcune settimane il movimento Occupy sta discutendo della possibilità di lanciare uno sciopero generale nazionale il Primo di maggio, costituendo anche dei gruppi di lavoro, com’è il caso di Occupy Wall Street a New York e di Occupy Portland. Il riferimento è soprattutto alla grande mobilitazione del Primo maggio del 2006 che aveva visto nelle piazze di molte città americane milioni di migranti, soprattutto latinos, con lo slogan “Sì, se puede! “. E l’immaginario del movimento americano corre verso la possibilità di un “giorno senza il 99%”. Un obiettivo ambizioso che però si colloca in un percorso che ha visto lo sciopero generale di Oakland, dopo 65 anni, del 2 novembre scorso, il blocco di alcuni porti della West Coast del 12 dicembre ed è in campo la mobilitazione nazionale degli studenti del prossimo primo marzo.

L’assemblea generale di Occupy Oakland, che non si è limitata a lanciare la mobilitazione, ha elaborato una mozione finale in cui si intravvedono alcuni elementi che rompono con una pratica ormai obsoleta e cristallizzata di una certa sinistra americana anche radicale. Non c’è alcuna subordinazione alle organizzazioni sindacali esistenti anzi si mette in risalto come la politica di queste organizzazioni sia completamente autoreferenziale e piegata solo al riconoscimento da parte del governo e delle imprese. E come l’attuale tasso di sindacalizzazione del 12% circa – che vuol dire il 20% nel settore pubblico e il 7% nel settore privato – non comprenda la grande maggioranza del lavoratori, dei precari, dei migranti. Non si tratta di fare una battaglia per estendere la sindacalizzazione dei lavoratori che oggi sono esclusi per portarli all’interno di organizzazioni che hanno più a cuore l’andamento in borsa dei prodotti finanziari su cui hanno investito i fondi pensione che i diritti dei lavoratori. Si deve re-immaginare, per citare la mozione di Occupy Oakland, uno sciopero generale in un’epoca in cui la maggior parte dei lavoratori non appartiene ai sindacati. In cui i processi di soggettivazione individuale e collettiva seguono percorsi non più dettati dall’appartenenza a grandi organizzazioni che fanno della rappresentanza uno strumento per imbrigliare una composizione sociale politica di classe all’interno di una vuota retorica su diritti molto astratti e la riproduzione di gerarchie molto concrete. Re-immaginare lo sciopero generale significa individuare durante lo svolgimento dello stesso le possibili soluzioni, anche con azioni dirette, di una condizione sociale colpita dai pesanti tagli di bilancio e dalla continua repressione della polizia al di là del colore del governo centrale. Uno sciopero che si ponga come obiettivo di incidere sia sulla produzione che sulla circolazione del capitale, che tenga insieme dal momento della proclamazione, alla costruzione e allo svolgimento la radicalità dei contenuti con la radicalità delle forme di democrazia. Non è più tempo di scioperi in cui ci sia una scissione tra soggetti che partecipano e organizzazioni non permeabili che li indicono.

Lo stesso slogan di indizione dello sciopero ribalta una tradizione che ha fatto molti danni nel movimento operaio novecentesco: al posto del “dobbiamo lavorare per vivere” a Oakland si risponde “If we can’t live, we won’t work”, se non possiamo vivere non lavoriamo
Dopo “Marx a Detroit”, titolo di un famoso saggio di Tronti degli anni ’60 del secolo scorso, è arrivato il tempo in cui Marx si aggira tra le parti di Oakland? Le esperienze dei movimenti e una specifica composizione di classe non sono meccanicamente riproducibili in altri contesti tuttavia aprono spazi interessanti di riflessione e sollecitano punti di vista non scontati.

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