Parma / 25 agosto 1972: l’omicidio fascista di Mariano Lupo


Ricorre quest’anno il 40° anniversario dell’assassinio del giovane militante di Lotta Continua. Lo uccisero alcuni neofascisti di fronte all’ex cinema “Roma” di viale Tanara.

24 agosto 2012 - 17:44

Ogni anno a Parma, nel mese di agosto, si ricorda Mariano Lupo, militante di Lotta continua accoltellato al cuore in una calda notte d’estate da un gruppo di fascisti. Lo aspettarono in cinque, all’uscita del cinema Roma, in viale Tanara. L’omicidio avvenne venerdì 25 agosto 1972 e
non fu casuale, ma  venne preparato con premeditazione. Con Mariano c’era un suo amico che rimase gravemente ferito.
Sul luogo dell’attentato, i compagni del giovane Lupo posero una lapide per ricordarlo. C’erano scritte parole molto chiare e precise: “Mariano, operaio immigrato comunista, ucciso dall’odio e dalla violenza dei fascisti. La giustizia proletaria ti vendicherà”.

MARIANO LUPO, GIOVANE IMMIGRATO ANTIFASCISTA

Mariano era un giovane emigrato siciliano di 19 anni che, primo di 5 figli, aveva il padre invalido. Faceva l’operaio edile e militava nel gruppo extraparlamentare di Lotta Continua. Si era stabilito con la famiglia a Parma da pochi mesi, dopo aver vissuto in Germania.
Era stato più volte minacciato dai fascisti per la sua costante attività contro lo squadrismo nero. Per questo, il 28 luglio precedente era stato aggredito da 2 fascisti: Andrea Ringozzi ed Edgardo Bonazzi. Questi due figuri avevano poi minacciato la sua compagna Gabriella, che partecipava all’attività politica del gruppo del Manifesto e faceva la cassiera al cinema Roma.
Nel primo pomeriggio di quel 25 agosto, un altro episodio era stato, in qualche modo, premonitore. Lo stesso gruppo di fascisti che sarebbe stato protagonista la sera dell’imboscata mortale aveva aggredito un altro attivista antifascista. Poi alcuni dei medesimi squadristi avevano lanciato, da un’auto in corsa, un coltello contro Mariano Lupo mentre stava passeggiando.
La sera, Mariano ed altri compagni si recarono al cinema Roma per andare a prendere Gabriella alla fine del lavoro. Si sentiva insicura per le minacce delle settimane precedenti e aveva chiesto una qualche forma di protezione collettiva.
Nelle vicinanze del cinema, però, i fascisti avevano organizzato un agguato. Con altri 4 camerati, Ringozzi e Bonazzi si erano nascosti dietro un cespuglio in viale Roma. All’improvviso, balzarono fuori e si avventarono su Lupo e un altro compagno che venne coperto di botte; Mariano si lanciò contro i fasci per difenderlo, ma venne colpito al cuore con un pugnalata.
Erano le dieci di sera. Morì sul colpo davanti all’entrata del cinema. Il suo corpo giaceva senza vita sull’asfalto.
Dopo l’assassinio, i fascisti si diedero alla fuga. Poco più tardi vennero fermati dalla polizia, che però li rilasciò subito dopo.
Il questore definì i fatti come una “rissa per questioni di donne”.
Solo molto più tardi, sull’onda dello sdegno sollevatosi in città, vennero emessi mandati di cattura a carico dei fascisti, per omicidio volontario.
Per l’aggressione e l’omicidio furono inquisiti Edgardo Bonazzi, Andrea Ringozzi, Pier Luigi Ferrari e il consigliere comunale del Msi-Dn, Luigi Saporito. Erano tutti militanti del Movimento Sociale Italiano, ma avevano anche contatti e simpatie con fazioni vicine a Ordine Nuovo. Alcuni di loro guardavano con diffidenza l’avvicinamento istituzionale dei dirigenti nazionali del partito della Fiamma, attraverso la famosa “politica del doppio petto”, da affiancare a quella del manganello, per infiltrarsi nei luoghi del potere con il “metodo democratico”.

PERCHE’ L’ASSASSINIO DI MARIANO?

Quell’omicidio poteva essere impedito? Probabilmente sì.
Infatti, il presagio che qualcosa di grosso fosse nell’aria lo avevano avuto in molti. Nessuno dei rappresentanti istituzionali, però, tenne nella dovuta considerazione il rapporto del 3 agosto 1972 del dirigente dell‘Ufficio Politico della Questura di Parma in cui si parlava di un «vero e proprio piano di provocazione ed intimidazione di chiaro stile fascista messo in atto di recente a Parma da un gruppo di fanatici… allo scopo di fomentare disordini».
La posizione del giornale Lotta Continua apparve chiara e netta il giorno dopo l’omicidio nei suoi titoli di prima pagina: «Con la copertura di Andreotti su mandato di Almirante, i fascisti ammazzano vigliaccamente… Un assassinio vile e premeditato… L’assassinio di Parma non può essere addebitato solo al gruppetto di delinquenti che lo ha eseguito. Né la responsabilità del boia Almirante può essere indicata solo come complicità morale… si tratta senza possibilità di dubbio dell’esecuzione di un programma criminale che Almirante propone e dal quale Andreotti tiene bordone».


IL DOSSIER PREMONITORE DI LOTTA CONTINUA

All’epoca, parecchi si posero la domanda sul perché di una provocazione fascista così grave in quella città.
Parma (a differenza dei decenni successivi) era una città da sempre governata da “giunte rosse”. Era presente, con un notevole radicamento nel territorio, un forte movimento antifascista, convintamente antiautoritario.
A Parma c’erano ancora tracce di memoria nitide sull’esperienza degli “Arditi del popolo” e della rivolta popolare nel quartiere dell’Oltretorrente contro le “camicie nere” durante il Ventennio.
A Parma, Lotta Continua era uno di gruppi più attivi nelle mobilitazioni operaie e la pratica dell’antifascismo militante era uno suo tratto fondativo. Alcuni mesi prima dell’omicidio di Mariano Lupo, L.C. aveva reso pubblico e distribuito in città un dossier in cui veniva denunciata l’intensa attività di riorganizzazione dell’estrema destra cittadina, ravvivata da individui provenienti da altre parti d’Italia e finanziata anche dall’estero da camerati londinesi.
Nel dossier veniva denunciata una serie di episodi che si erano susseguiti dal 1968 al 1972: si trattava di un lungo elenco di aggressioni fisiche e distruzioni di sedi e simboli della tradizione antifascista parmense, in una città che era medaglia d’oro alla Resistenza. Nell’inchiesta proletaria di L.C. venivano ricordati episodi molto gravi, tra cui:
– L’assalto con bottiglie incendiarie e lanciarazzi all’ospedale psichiatrico di Colorno (nella bassa parmense), occupato dal personale e da studenti che si battevano per la chiusura, portata avanti da Basaglia, delle istituzioni manicomiali;

– gli scontri tra gli antifascisti e le squadracce fasciste, protette dalla polizia, il 16 maggio 1970, per il comizio d’apertura della campagna elettorale delle amministrative del Msi, quando avrebbe dovuto parlare il “torturatore di partigiani” Giorgio Almirante;

– il pestaggio, avvenuto nel mese di maggio del 1971, in cui rimasero vittime tre operai, uno dei quali rimase per diverse ore privo di conoscenza.

In quel dossier Lotta Continua sosteneva che Parma poteva essere presa come luogo ideale, per gruppi organici al neofascismo nazionale, per sperimentare gli effetti alle loro provocazioni e per misurare il grado di risposta del blocco sociale antifascista.

LA RIVOLTA DEGLI ANTIFASCISTI

Dopo l’omicidio di Mariano la reazione degli antifascisti di Parma fu immediata. La sera stessa del 25 agosto, sul luogo del delitto, Lotta Continua organizzò un presidio che vide un intenso e commosso pellegrinaggio.
La mattina del giorno dopo scioperarono i facchini, i tranvieri, gli ospedalieri e gli spazzini e formarono un corteo verso la questura. Un dirigente locale del MSI, il noto squadrista Montruccoli, venne punito da un gruppo di operai che si era staccato dalla manifestazione.
Anche le forze politiche istituzionali si misero in moto. Pci e Psi, i partiti che erano al governo al Comune di Parma, organizzarono, per il pomeriggio di sabato 26 agosto, un comizio unitario del cosiddetto “arco costituzionale”. Alla fine di quel comizio, Lotta Continua, il Manifesto e il PC-ml partirono in corteo per esprimere la rabbia e il sentimento antifascista del popolo di Parma.
Il quotidiano del Pci, “L’Unità”, non scrisse che Mariano Lupo era un militante di Lotta continua e la giunta di sinistra fece rimuovere uno striscione di L.C. che ne denunciava l’uccisione. Questi mezzucci della sinistra istituzionale non riuscirono, però, a fiaccare la mobilitazione.
Anche i sindacati dei metalmeccanici chiamarono a manifestare: “A fronte della violenza di destra, finora si è fatto poco, e quel poco si è fatto male. Non si è mai organizzata una risposta di massa efficace, non si sono colpite le radici del fenomeno”.

Alla fine, un corteo di massa fu promosso da Lotta Continua e a cui aderirono Potere Operaio, Il Manifesto, il Pcd’I ml, la sezione Gramsci del Pci e, a titolo personale, tanti militanti comunisti, socialisti e attivisti sindacali.
Il giorno dopo, domenica 27 agosto 1972, ci fu una grande risposta di piazza di Parma Antifascista. Il corteo era composto da migliaia di giovani e di operai. Furono molti i gruppi e i militanti che arrivarono da altre città dell’Emilia-Romagna, soprattutto da Bologna.
La sfilata passò sotto il carcere, dov’era rinchiuso Bonazzi. Poi, il serpentone umano  si diresse verso la sede della federazione del MSI. Il covo fascista venne preso d’assalto, mobili e suppellettili vennero buttati dalle finestre. Alla fine, gli uffici della Fiamma furono completamente distrutti.
Dopo il blitz antifascista, il corteo riprese il suo percorso e si andò a concludere davanti alla casa di Guido Picelli, il leggendario capo degli Arditi del Popolo parmensi.
Il comandante partigiano Gino Vermicelli, già commissario politico della Brigata Garibaldi, tenne un comizio che scosse le coscienze di tutti i presenti: “Ci hanno ucciso un compagno, un altro, non ricordiamo più tutti quelli che sono caduti. Il questore dice che Mariano Lupo era un delinquente: Lupo era un operaio, un piastrellista… il fascismo rialza la testa perché gli si lascia spazio. Almirante serve al governo per la teoria degli opposti estremismi, per la repressione contro la lotta operaia. Lo stato neutrale è una balla, avanza in realtà una involuzione autoritaria di cui Almirante è lo strumento: è questo il segno del delitto di Parma. Il fascismo è un fatto di classe, non di teppismo… Noi non amiamo la violenza, ma respingiamo la violenza dell’avversario di classe, dei padroni e dei fascisti e la respingiamo con la lotta e quindi con la forza… A Parma, a combattere le squadracce, sono stati lasciati gruppi di giovani: dietro la parola d’ordine “isolare l’ultrasinistra” è passata la condiscendenza, l’inerzia di fronte ai fascisti… Sì, dunque, all’unità antifascista, e la più larga possibile, ma anche all’unità di classe, di lotta, e di combattimento”. 

IL FUNERALE

La salma di Mariano Lupo fu esposta nell’aula consiliare del Municipio di Parma. Il suo funerale si tenne in forma ufficiale il 28 agosto 1972, con un oceanico corteo di migliaia di persone e di bandiere rosse. La partecipazione operaia e popolare fu impressionante: in decine di migliaia sfilarono nel corteo funebre, mentre la polizia presidiava i “punti nevralgici” della città.
Per quella giornata i sindacati avevano indetto lo sciopero generale. Parma si paralizzò. La sfilata funebre si mosse da piazza Garibaldi, attraverso il popolare quartiere Oltretorrente, verso piazzale Picelli, dove a tenere l’orazione funebre fu il comandante partigiano e vecchio sindaco Giacomo Ferrari. La bara venne portata a spalla dai compagni di Mariano e dagli spazzini comunali in un toccante silenzio che durò per tutto il percorso. La città, muta, si fermò per rendere onore per l’ultima volta a Mariano Lupo. Dalle finestre e dai lati della strada centinaia di pugni chiusi e bandiere rosse per salutare quel giovane compagno strappato alla vita da un gruppo di assassini fascisti.

LE VICENDE GIUDIZIARIE DEGLI ASSASSINI

Il 6 settembre 1972, a Ferrara, venne arrestato Pier Luigi Ferrari, militante di destra indiziato di aver partecipato all’aggressione a Mariano Lupo.
Il 27 novembre 1972, a Parma, i due militanti di destra arrestati per l’assassinio di Mariano Lupo, Ettore Croci e Angelo Tommaselli, vennero scarcerati con la motivazione che avevano subito minacce e che il carcere non era sicuro per la loro incolumità.
Il 14 maggio 1975, ad Ancona, iniziò il processo per l’uccisione di Mario Lupo a carico dei neofascisti Bonazzi, Ringozzi e Saporito. Il processo, che doveva cominciare nel gennaio 1974, era stato rinviato per il ricorso in Cassazione dei difensori degli imputati.
Il 21 maggio 1975, al processo di Ancona il teste Zefferino Ghirarduzzi dichiarò di aver ricevuto minacce da parte dei neofascisti, allo scopo di farlo desistere dalla testimonianza e di essere stato oggetto anch’egli di un’aggressione a Parma, un mese prima della morte di Lupo, cui avrebbe partecipato lo stesso imputato Bonazzi. Ghirarduzzi era scampato all’agguato fuggendo e rifugiandosi in un negozio.
Il 30 luglio 1975, ad Ancona, il processo in Corte d’Assise terminò con la condanna dell’accoltellatore, Edgardo Bonazzi, a 11 anni di reclusione, per omicidio preterintenzionale. Andrea Ringozzi e Luigi Saporito furono condannati per concorso, rispettivamente a 6 anni e 10 mesi e a 4 anni e 5 mesi. Venne invece assolto per insufficienza di prove Luigi Ferrari.
All’uscita dall’udienza, scoppiò una rissa fra neofascisti e militanti di sinistra.
Il 3 giugno 1976, ad Ancona, alla riapertura del processo in secondo grado per l’uccisione di Mario Lupo, la difesa di Bonazzi, Ringozzi e Saporito avanzò la ‘legittima suspicione’.

Da quella data non siamo più riusciti a reperire altre informazioni.

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