«Uniti contro la crisi per riprenderci il futuro»


Ripubblichiamo il documento finale dell’assemblea svolta il 17 ottobre, all’indomani del corteo nazionale contro la crisi, alla Sapienza di Roma

20 ottobre 2010 - 16:53

Documento finale dell’assemblea nazionale Uniti contro la crisi acclamato all’unanimità a fine assemblea

Oggi 17 ottobre, nella facoltà di Scienze politiche della sapienza si è svolta una grande assemblea, alla quale hanno preso parte da tutta Italia, moltissimi studenti medi e universitari e delle accademie in mobilitazione, ricercatori precari e strutturati, precari della scuola e degli enti di ricerca, centri sociali, movimenti in difesa dei beni comuni e per il diritto all’abitare. Sono intervenuti anche molti esponenti del sindacato tra cui, il segretario della Fiom – Cgil Maurizio Landini e il segrtario della Flc – Cgil Domenico Pantaleo.

Il punto di vista comune emerso dai soggetti che vi hanno partecipato è stato la registrazione del grande successo della manifestazione della Fiom e il fatto che dal 16 ottobre si è concretizzata in Italia la possibilità di riaprire una fase nuova di opposizione alla crisi. La determinazione dei metalmeccanici si è intrecciata con i movimenti e le istanze che hanno animato negli ultimi tempi i conflitti sociali nel nostro paese. Studenti, precari, movimenti sui beni comuni e in difesa del welfare, hanno composto un quadro eterogeneo ma comune che va rilanciato con strumenti nuovi e con l’avvio di un nuovo processo. In questo senso, l’appello Uniti contro la crisi, recepito da questa assemblea, è stato assunto come un punto di partenza e un’indicazione da portare avanti, nella convinzione che sono proprio gli effetti sociali della crisi e l’utilizzo politico che il governo e la confindustria ne stanno facendo, che pongono il problema della ricomposizione come condizione necessaria e non rimandabile.

La crisi globale causata dalle speculazioni finanziarie, infatti, che sempre più si sta qualificando come strutturale e non transitoria, sta colpendo diritti, salari, politiche sociali, e saccheggiando sistematicamente i beni comuni, dal lavoro al sapere, alle risorse ambientali. Questa crisi invece di determinare un radicale ripensamento del modello di sviluppo, ha piuttosto inasprito le condizioni che l’hanno causata. La risposta dei governi e delle élite economiche è stata una brusca accelerazione dei processi, già in atto da almeno trent’anni, legati alla globalizzazione neoliberista: privatizzazione dei servizi pubblici, attacco ai diritti dei lavoratori, aumento delle diseguaglianze. In Italia in particolare si è avuto un taglio indiscriminato delle risorse per scuola, università e sanità, perpetrati attraverso criteri autoritari e aziendali in tutti i settori, dai luoghi di lavoro a quelli della formazione. Questo attacco è giustificato con la retorica dell’austerità: in realtà le ingenti spese militari svelano come queste retoriche siano del tutto false e infondate.

La crisi non è solo economica, ma anche politica. L’attacco ai diritti dei lavoratori, in particolare al diritto di sciopero e alla contrattazione collettiva, così come la ridefinizione in senso autoritario della governance dentro gli atenei definiscono un quadro in cui Governo e Confindustria vorrebbero chiudere del tutto gli spazi di democrazia, bloccando qualsiasi forma di espressione del conflitto sociale. Il caso di Pomigliano, è indicativo di una nuova forma di comando che subordina l’intera vita quotidiana alle esigenze della produzione, alle quali è costretta a piegarsi sotto il ricatto. Non è un caso che quello del ricatto sia divenuto il pradigma su cui si è fondata negli ultimi anni la precarizzazione del lavoro che ha coinvolto in prima istanza le nuove forme di impiego ed oggi si estende a tutto il mercato del lavoro. Ripensare la democrazia, in questo contesto quindi, significa ripensare anzitutto la possibilità del dissenso, dell’estensione delle forme di lotta, immaginando al contempo delle forme di partecipazione e di costruzione comune di percorsi di alternativa, anche con pratiche di democrazia diretta nei luoghi del lavoro e della formazione.

La crisi, infine, produce come prima conseguenza fondamentale la divisione e la frammentazione dei soggetti sociali e produttivi. Individualismo, competizione, paura sono gli effetti piu’ immediati che le strategie economiche e di governo producono. Ma già l’esperienza di questi due giorni ci segnala una grande opportunità per i movimenti, i sindacati e le associazioni: occorre ricomporre, laddove veniamo divisi, immaginare un percorso comune, laddove invece ci viene proposta la solitudine. Uniti contro la crisi significa immaginare tutto questo insieme di possibilità, inventando un meccanismo di connessione di lotte anche differenti tra loro. Questo processo di costruzione di relazioni tra soggettività sociali, ancor di più dopo la grande giornata di ieri, è oggi già in atto. Si tratta di implementarlo nella costruzione quotidiana e di ricercarne le potenzialità. Uniti contro la crisi è un esperimento di opposizione alla crisi e di determinazione di un nuovo futuro.

Tanti sono gli studenti medi e universitari che hanno animato l’assemblea. La legge 133/2008, il DDL Gelmini, ma anche la legge Aprea sulle scuole, definiscono il quadro complessivo di smantellamento dell’istruzione pubblica. Disinvestimento, privatizzazione e distruzione della qualità del sapere sono stati assunti strategicamente dal governo, che ha sugellato decenni di riforme su scuola e università. Povertà, disoccupazione e precarietà sono le condizioni cui un’intera generazione di soggetti produttivi viene sottoposta. Già a partire dall’Onda gli studenti hanno dato vita ad un processo di trasformazione dell’università, restituendo il sapere al suo uso comune ed immaginando l’apertura di una discussione pubblica che coinvolga tutti i soggetti in campo per la costruzione di un’alternativa. Ma le mobilitazioni di queste settimane, che hanno preso vita dalla dichiarazione dell’indisponibilità dei ricercatori a sottostare al ricatto del lavoro gratuito, hanno di nuovo visto coinvolti moltissimi studenti delle scuole e dell’università. E’ un fatto che la votazione sul DDL Gelmini a partire da questa opposizione diffusa sia stato rimandata a una data futura. Ma fino a quel momento gli atenei e le scuole proseguiranno la mobilitazione per rispedire al mittente una riforma sgradita e per chiedere che l’istruzione venga finanziata seriamente.

Un’occasione in tal senso importante, è la data lanciata dai precari della scuola per il prossima 30 ottobre a napoli ma che gli studenti medi e universitari intendono moltiplicare sul territorio. Così come la mobilitazione europea ed internazionale del 17 Novembre (sui territori). Una data simbolica che deve essere riempita di contenuti e di pratiche, che reclamino libero accesso alla conoscenza, finanziamenti e qualità del sapere direttamente al livello internazionale. Intendiamo inoltre attraversare la manifestazione indetta dalla Cgil il 27 novembre a Roma.

La crisi che stiamo vivendo è anche ambientale ed energetica. Uscire dalla crisi significa immaginare un modello di sviluppo che sia sostenibile. Da questo punto di vista le strategie dei governi europei e non solo procedono cieche rispetto all’emergenza climatica ed ambientale, dimostrando una completa incapacita’ di dare delle risposte adeguate, cosi’ come ha dimostrato il vertice di Copenaghen. L’appuntamento di Cancun è in questo senso da riprendere e rilanciare.

La necessità di costruire battaglie generali passa anche dalla difesa dei beni comuni, per la sottrazione di ambiti centrali della società contemporanea al dominio del profitto, per la ricostruzione di spazi pubblici di esperienza collettiva. Così come decisive sono le lotte che si sono espresse in questi anni contro la costruzione di opere pubbliche imposte dall’alto e sgradite alle comunità che abitano i territori. Per questo il 4 Dicembre le studentesse e gli studenti, le lavoratrici ed i lavoratori, la cittadinanza, parteciperanno alle mobilitazioni regionali indetta dai movimenti per l’acqua per chiedere una moratoria per la gestione dei servizi idrici e fino all’esito del referendum del 2011.

Il problema della crisi – ancora – ci sembra che sollevi in modo inequivocabile una questione sociale, che è anche una questione generazionale: la precarietà è l’unica forma assunta dai rapporti di lavoro e la cifra di disciplinamento delle nostre vite quotidiane. L’alternativa allo sfruttamento e alla guerra tra poveri si costruisce nella lotta radicale contro la precarietà dei rapporti di lavoro e nella rivendicazione di un nuovo welfare. Autonomia e libertà sono temi centrali sui quali costruire una grande battaglia politica e vertenziale che si snodi sui territori locali attivando anche nuove forme di contrattazione sociale e collettva, costruendo reti che mettano in comunicazione soggetti associativi, sindacali e di movimento. Bisogna costruire una grande campagna che rivendichi un welfare universale capace di stabilire un fronte comune fra soggetti differenti. Welfare universale vuol dire anzitutto rivendicare un reddito di cittadinanza per i precari. La difesa del salario oggi si deve sempre più comporre con la capacità di garantire autonomia di scelta alle persone, la possibilità concreta di poter rifiutare il ricatto della precarietà. Su questa idea bisognerà mettere in campo campagne politiche, e culturali, a livello nazionale, così come a livello territoriale. Su questi punti dirimenti a ripensare una nuova fase politica e un nuovo lessico sarà necessario pensare ad un momento di approfondimento seminariale per fine novembre che coinvolga tutti i soggetti che hanno dato vita all’assembea di oggi.

Per questo riteniamo che sia molto importante che a partire da ieri si sia aperto in Italia il dibattito sullo sciopero generale. Crediamo che lo sciopero generale sia un passaggio decisivo nella direzione della ricomposizione e generalizzazione delle lotte. Crediamo allo stesso tempo che la tematica della generalizzazione vada riaperta proprio alla luce di quanto di straordinario sta accadendo in Francia in questi giorni. Non uno sciopero simbolico, ma uno sciopero ad oltranza, generale e generalizzato e in grado effettivamente di bloccare un intero paese coinvolgendo i sindacati e le nuove generazioni. Proprio nella direzione di costruire concretamente il percorso verso lo sciopero, l’assemblea di oggi lancia per l’11 dicembre una giornata nazionale di contestazione alle politiche economiche del governo per reclamare la convocazione dello sciopero generale e generalizzato.

Per concludere: a luglio 2011 saranno dieci anni dalle grandi giornate del G8 di Genova. Pensiamo che la rievocazione di Genova non sia semplicemente un fatto di memoria, ma sia soprattutto una tensione che dobbiamo recuperare. Una capacità di discorso e di costruzione collettiva di un’altra idea di società. Per questo invitiamo tutti ad aprire un ragionamento in vista del luglio 2011, a costruirlo nei territori e nei luoghi sociali, per provare a riportare nelle strade quello spirito, quella tensione, quella voglia di innovare.

Uniti contro la crisi per riprenderci il futuro

Roma 17 ottobre 2010

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