«La bocca del lupo»


Un amore nato fra un emigrante siciliano e un transessuale dietro le sbarre di un carcere. Un viaggio fra i carrugi di una Genova che sta scomparendo. Un documentario che De Andrè avrebbe amato.

05 marzo 2010 - 17:06

LA_BOCCA_DEL_LUPO_1 E’ faticosa quanto appagante la visione de La bocca del lupo di Pietro Marcello, vincitore dell’ultima edizione del Torino Film Festival (il primo vincitore italiano in ventisette anni di vita del festival). Faticosa per la storia tenera e dura che Marcello ci racconta: la nascita di un amore dietro le sbarre di un carcere.  Enzo, un emigrante siciliano trasferitosi a Genova, passa metà della sua vita in carcere, l’ultima volta sconta quattordici anni di pena per aver ferito dei poliziotti durante una rapina, sembra quasi l’eroe negativo di un film poliziesco anni ’70, viso e modi da duro. Mery è un transessuale eroinomane, rinchiuso nella sezione per transessuali del carcere Marassi. L’incontro casuale fa nascere subito l’amore tra i due, Mery aspetta Enzo per dieci anni fuori dal carcere, i due si scrivono lettere e s’inviano audiocassette di continuo, sognando di avere alla fine una casetta in campagna dove vivere con i loro cani, ma riusciranno solo a trovare un minuscolo appartamento fra i caruggi della Genova vecchia, circondati da emarginati disperati, ma vivi quanto loro. “Le avversità della vita ci hanno fatto incontrare. Almeno questo”, dice Mery. Faticosa è anche la scelta narrativa utilizzata da Pietro Marcello.

Aprendo e chiudendo il film con le immagini dei migranti che vivono nelle grotte di Quarto dei Mille, il regista alterna le confessioni di Enzo e Mary e le registrazioni che si inviavano ai tempi della carcerazione di lui, con le immagini di repertorio di una Genova che non c’è più, la Genova dei primi ‘900, dove la gente andava a villeggiare nelle stesse grotte che ora sono rifugio dei migranti più disperati, e la Genova distrutta dal boom economico, con la nascita e la morte delle fabbriche a ridosso del porto, della demolizione delle antiche case per far posto a nuovi condomini, abitati però dallo stesso sottoproletariato, sempre uguale negli anni. Il tutto è realizzato con un montaggio che (specie all’inizio) potrebbe disorientare lo spettatore, ma come si era detto la visione del film è tanto faticosa quanto appagante. Appagante per gli scorci di vita quotidiana degli abitanti della Città Vecchia, migranti, transessuali, prostitute, piccoli delinquenti, che vivono nella sporcizia e nella miseria senza mai perdere il sorriso. Appagante per la bellezza della storia e delle immagini, per il senso di vicinanza che il regista riesce a creare fra i protagonisti e lo spettatore, per l’affetto e la tenerezza che i due riescono ancora a provare per la vita e per l’altro nonostante “le avversità” di una vita che i due si portano dietro fin dalla nascita. Un film che (ne siamo sicuri) De Andrè avrebbe amato.

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