Opinioni / «Exit è voice»


Riceviamo dal Coordinamento Migranti di Bologna e Provincia e pubblichiamo la traduzione dell’ultimo editoriale di noborder.org: «Lottare per muoversi, lottare per restare»

13 febbraio 2011 - 15:00

Il diritto di muoversi e il diritto di restare…
Lottare per muoversi, lottare per restare…

Quando alcuni sociologi hanno elaborato le categorie di «exit and voice» negli anni ‘70, questi due termini sembravano escludersi a vicenda, due diverse opzioni. «Exit» – ossia il fatto di migrare – era interpretato come un’alternativa alla «voice» – ossia alla partecipazione attiva alle proteste nei paesi di origine. I migranti a tal riguardo non sono stati interpellati. Loro hanno sempre saputo che le migrazioni transnazionali sono definite esattamente dalla simultaneità e sovrapposizione di queste due categorie. Inoltre, ci si trova oggi ad affrontare discorsi simili quando «diritto di restare e diritto a migrare» vengono presentati come opposti. Naturalmente è necessario criticare alcuni miti esistenti riguardo alla migrazione per ridiscutere le ambivalenze presenti entro i processi migratori. Ma quando la risposta consiste in una gerarchizzazione per cui è preferibile restare e lottare «a casa», enfatizzando al contempo gli aspetti negativi dell’(e)migrazione, tutto diventa una semplificazione e si ricade nella logica dello stato nazionale, minando il nostro approccio invece globale. Ciò rischierebbe di sottovalutare l’impatto della transnazionalizzazione, delle comunità all’estero, delle rimesse economiche, dell’influenza politica e sociale che «exit» e «voice» reciprocamente hanno… non solo l’»exit« segue la «voice», ma l’«exit» rinforza la »voice«. «Exit» è «voice»!

Le ragioni che ci hanno spinto a lasciare l’Africa non ci hanno fatto dimenticare l’Africa! Noi continuiamo a guardare ai luoghi da cui veniamo, lì vediamo grandi migrazioni interne e molti confini, e speriamo nella crescita di grandi movimenti sociali che lottano per la giustizia. Il nostro movimento, il movimento dei migranti, e le lotte che combattiamo ogni giorno in Europa, possono essere risorse usate in modo creativo da questi movimenti per costruire un nuovo spazio transnazionale di libertà e uguaglianza. Ci siamo liberati dal colonialismo, oggi dobbiamo liberarci da ogni oppressione in Africa e dallo sfruttamento del lavoro migrante in Europa! Noi abbiamo già scelto di migrare e molti altri ancora lo faranno. Chiunque scelga questa via perché vuole continuare a essere libero deve sapere che la libertà non ci viene data o concessa, ma che dobbiamo prendercela. Noi non vogliamo essere vittime, noi vogliamo essere protagonisti, lo spazio della nostra libertà è  lo spazio della nostra lotta! (dalla lettera aperta, pubblicata nel gennaio 2007)

Due aspetti cruciali vengono messi in risalto nella lettera aperta. Da un lato, la necessità di una comprensione profonda della vera essenza delle politiche di »cooperazione« e »sviluppo«, in particolare l’implementazione dei controlli europei sui confini al di fuori dell’Europa e la ricerca di forza lavoro a basso costo da sfruttare attraverso l’esternalizzazione della produzione. Dall’altro lato, l’importanza della libertà di movimento e del diritto di restare nei paesi di destinazione come mezzo di rifiuto dello sfruttamento transnazionale messo in atto dal capitale globale, e della precarizzazione di cui fanno esperienza i lavoratori migranti in Europa. Oggi sappiamo che uno dei principali obiettivi della costruzione di un network euro-africano è il diritto di restare nei paesi di destinazione. Questo esprime la lotta contro le migrazioni forzate, contro la necessità di spostarsi a causa dell’espropriazione delle terre e dei processi di impoverimento.
Questa rivendicazione può essere però problematica per il network euro-africano se non viene letta in una dimensione strettamente transnazionale, ponendo l’accento sulla dimensione globale dello sfruttamento capitalistico. Quello che sta accadendo in alcuni paesi africani con la requisizione delle terre e il progressivo impoverimento sembra la condizione per portare avanti lo sfruttamento del lavoro migrante tanto nei paesi di origine quando in quelli di destinazione, uno sfruttamento accresciuto dagli effetti della crisi che, insieme all’inasprimento del controllo dei confini, crea nuovi e ulteriori ostacoli alle migrazioni transnazionali. Questi ostacoli sono stati e continuano a essere uno dei principali bersagli delle recenti proteste in Algeria e Tunisia, dove una nuova generazione di uomini e donne sta lottando per il proprio futuro. Essi chiedono libertà politica e l’opportunità di poter lavorare nei propri paesi, ma rivendicano anche una libertà di movimento che è duramente contrastata dai governi locali che tentano di controllare e gestire la migrazione di forza lavoro altamente qualificata verso Europa e Stati Uniti sotto l’ombrello della »cooperazione internazionale«. Lo sfruttamento del lavoro migrante e la precarizzazione del lavoro che hanno luogo in Europa – ma anche le lotte contro lo sfruttamento e la precarizzazione dentro e fuori i luoghi di lavoro – mostrano chiaramente che proprio lo sfruttamento è l’altra faccia del cosiddetto sviluppo. Naturalmente ciò non vuol dire che la differenza tra essere poveri e guadagnare un salario non sia comunque significativa, ma che la dimensione strutturalmente transnazionale dello sfruttamento deve assolutamente essere tenuta in conto anche quando si discute dell’espropriazione delle terre in Africa. E se si considera che ciò viene portato avanti dagli stessi paesi Africani – come Libia e Mauritania – o con la loro collaborazione, forse questo processo può anche essere visto come una differenziazione e gerarchizzazione interna all’Africa, che risulta cruciale anche nella lettura delle proteste nei paesi del Maghreb. Non volgiamo e non possiamo contrapporre le lotte dei migranti in Europa con quelle che stanno avendo luogo in alcuni paesi africani contro l’espropriazione e le espulsioni dalle terre. Dobbiamo chiederci perché quello che viene definito «sviluppo» sia in primo luogo la rovina di milioni di uomini e donne. Lo chiamano sviluppo, ma è in realtà la distribuzione del lavoro migrante su scala globale. Lo sviluppo di cui parlano significa ulteriore precarizzazione della vita in Africa, un processo che vuole generare forza lavoro facilmente disponibile sia nei paesi africani sia in Europa. Per la carovana Bamako-Dakar, ma anche per i futuri progetti di cooperazione euro-africana, abbiamo bisogno di tenere insieme libertà di movimento e diritto di restare nei paesi di origine, perché questo è un tandem nelle nostre lotte per la libertà e l’uguaglianza!

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