«Contro un’esistenza a punti»


Pubblichiamo una lettera aperta della Rete S.I.M. di Bologna rivolta a insegnanti e scuole di italiano per migranti

29 ottobre 2010 - 17:27

E’ iniziato quest’estate l’iter per l’approvazione dell’Accordo di Integrazione previsto dal Pacchetto Sicurezza, che introduce un sistema di prove e crediti ai fini dell’ottenimento del permesso di soggiorno.
L’Accordo sperimenta un nuovo ed ulteriore vincolo al diritto di soggiorno dei migranti sul territorio italiano, subordinandolo al raggiungimento di competenze ed obiettivi in ogni ambito dell’esistenza, dalla conoscenza della lingua italiana al raggiungimento di standard abitativi, dalla conoscenza di non meglio chiarite “regole del vivere civile” fino all’iscrizione al servizio sanitario. Ogni atto compiuto dal cittadino straniero – da una semplice infrazione amministrativa all’ottenimento di un titolo di studio, passando per la stipula di un contratto d’affitto o un mutuo – sarà sottoposto a verifica e successivamente premiato o sanzionato attraverso un sistema di punti con cui verrà misurato il suo grado di integrazione e di conseguenza la sua possibilità di esercitare i propri diritti (che, per inciso, si mantengono sempre inferiori a quelli dei cittadini italiani).

Dalla lettura dello schema del decreto emerge la volontà di incentivare e favorire comportamenti virtuosi le cui condizioni sono nella realtà e nella quotidianità assolutamente utopiche, quando non espressamente ostacolate dalla normativa stessa.
Citiamo a titolo di esempio le enormi difficoltà che un migrante incontra nello stipulare un contratto di affitto (6 crediti) in un mercato immobiliare dove le discriminazioni etniche sono all’ordine del giorno.
Oppure quando è in possesso della sola ricevuta di richiesta del permesso o, ancora, di fronte ai costi esorbitanti degli affitti, che lo costringono a condividere un appartamento subaffittandolo ad altri.
Tutto ciò nel pieno di una crisi lavorativa che forza le famiglie alla morosità e le pone a rischio di sfratto.
Ad essere premiata è anche la scelta del medico di base (4 crediti), ignorando la condizione di marginalità, ghettizzazione e disinformazione in cui sono tenuti i lavoratori migranti. Si pensi solamente allo stato di isolamento ed abbandono dei lavoratori in nero nelle campagne del sud. La loro salute è di fatto affidata a ONG come Medici Senza Frontiere che normalmente garantiscono le cure mediche in contesti di guerra ed in paesi in via di sviluppo.
Ulteriori punti vengono poi attribuiti ai titoli di studio conseguiti in Italia, senza considerare che una larga parte dei migranti ha già una formazione qualificata, con diplomi e specializzazioni che il nostro sistema considera carta straccia. In più non si favorisce l’accesso all’istruzione superiore, che resta un lusso per chi non ha solide reti di appoggio familiari, dal momento che borse di studio ed altri incentivi sono insufficienti.

Tra le velleità, le astrattezze, le ipocrisie e le incoerenze che animano tutto il provvedimento non ci stupisce di trovare tra i requisiti per ottenere il permesso di soggiorno anche la competenza linguistica: il migrante ha due anni di tempo per raggiungere un livello di certificazione A2 ed ottenere così 20 crediti.
In caso di mancata certificazione il permesso di soggiorno è dapprima prorogato di un anno e poi revocato.
A partire da dicembre la stessa certificazione A2 sarà vincolante per l’ottenimento del permesso per soggiornanti di lungo periodo, un documento a tempo indeterminato che riconosce ai migranti maggiori diritti e welfare, liberandoli dall’incubo di ritornare all’irregolarità se perdono il lavoro.
È evidente che non contestiamo l’utilità dell’apprendimento della lingua italiana, ma siamo contrari ad un disegno che lo pone come requisito per l’accesso ai diritti.

Come insegnanti delle scuole di italiano auto-organizzate abbiamo sempre considerato la conoscenza della lingua uno strumento di autonomia e crescita personale, un mezzo indispensabile per interagire con il mondo circostante, per dar forma ai desideri e per esprimere la propria coscienza critica.
Abbiamo sempre preso le distanze da un modello di insegnamento che prevede la trasmissione unidirezionale di nozioni, convenzioni e concetti formali, che non tiene conto di quanto l’apprendimento sia un percorso lungo e accidentato, sottoposto ad infinite variabili – differenze di genere, relativi livelli di scolarizzazione ed enciclopedia pregressi, modalità e tempi di studio, condizioni quotidiane soggettive di vita e di lavoro – e che tratta l’alunno come un soggetto da educare mediante il trasferimento meccanico e acritico di conoscenze e valori da riattivare attraverso test di competenza ed esami di certificazione.
Invece è solo un processo di conoscenza reciproca e non unilaterale che aiuta a sconfiggere i sentimenti di diffidenza ed i pregiudizi agitati anche nelle linee guida previste dal Piano per l’Integrazione nella sicurezza stilato dal Governo, così come la paura che “le diverse tradizioni e culture di provenienza entrino in collisione con il nostro assetto valoriale”. Il timore che culture e tradizioni diverse possano collidere con, e avere il sopravvento su una presunta “cultura italiana” è la cifra che da anni caratterizza il dibattito politico ufficiale in materia di immigrazione. Noi non condividiamo questo timore, perché interpretiamo il confronto quotidiano con culture e tradizioni diverse come stimolo e necessità per costruire insieme la società di oggi e di domani e perché crediamo che a interagire siano sempre persone, la cui soggettività non è riducibile a totalizzanti categorie sovraindividuali di cui esse sarebbero rappresentanti o esponenti.

Trasformare quindi l’apprendimento dell’italiano in un vincolo propedeutico ai diritti delle persone – oggi tutti ancorati al permesso di soggiorno – da un lato sconvolge l’idea da noi praticata di conoscenza della lingua e dall’altro crea un odioso legame di causalità con il reato di clandestinità, che riteniamo illegittimo e a cui ci opponiamo aprendo le nostre scuole anche a chi non ha il permesso di soggiorno. Stabilire una soglia universale di conoscenza della lingua al di sotto della quale gli individui restano o tornano “clandestini” strumentalizza pericolosamente il processo di acquisizione della lingua, stravolge e nega in partenza ogni ipotesi di integrazione e crescita individuale e collettiva.

Per tutto questo riteniamo che il modello proposto con l’Accordo di Integrazione sia fallimentare. E non solo nel porsi come incentivo all’apprendimento della lingua italiana, ma anche laddove si pone come dispositivo per divulgare la “cultura civica e della conoscenza della vita civile in Italia” (da 6 a 12 crediti).

Di fatto, con l’Accordo di Integrazione, lo Stato si deresponsabilizza rispetto ai suoi doveri di assicurare le condizioni indispensabili affinché tutti i migranti possano raggiungere standard soddisfacenti di qualità della vita, sostituendo la propria funzione di agente di promozione dei percorsi di integrazione con quella di soggetto di sanzionamento disciplinare. Basta pensare alla costante riduzione, verso l’azzeramento, di ogni risorsa utile all’alfabetizzazione ed alla mediazione linguistica e culturale nelle scuole di ogni ordine e grado (vedi riforma Gelmini), nei Centri Territoriali Permanenti e negli enti locali, alla mancanza di un coerente programma di formazione rivolto agli operatori delle amministrazioni pubbliche, in primis Questura e Prefettura, sulle problematiche migratorie, su doveri, diritti e procedure formali su cui troppo spesso si riscontra una scarsa conoscenza da parte dei soggetti “competenti” e una difformità di giudizio a seconda della città in cui ci si trova.

È difficile sintetizzare le tante considerazioni scaturite dalla lettura dell’Accordo di Integrazione e dal “Piano per l’integrazione nella sicurezza. Identità e Incontro” stilato dal Governo. Identità, cultura, integrazione, legalità, sicurezza sono temi troppo importanti e delicati per essere strumentalizzati al fine di ottenere consenso su politiche razziste e repressive nei confronti dei migranti e per celarne i tragici effetti in termini umani, sociali e di violazione dei diritti.
Per questo motivo invitiamo associazioni, insegnanti, operatori ed educatori a partecipare ad un confronto aperto su questo provvedimento, che forse non costringerà necessariamente le scuole a cambiare la loro funzione ed organizzazione ma modificherà comunque il rapporto dei migranti con la conoscenza e con tutti gli “operatori del sapere” sul territorio, a partire dalle scuole pubbliche fino alle scuole di italiano per migranti delle associazioni. Rigettiamo ogni ipotesi di trasformazione dei centri del sapere, dell’incontro e della condivisione in centri per il controllo e l’accertamento di competenze funzionali al mantenimento di diritti raggiunti attraverso sacrifici e pagando prezzi altissimi.

Invitiamo a sottoscrivere questa lettera aperta che vuole avviare un dibattito sui principi, le conseguenze, le modalità di applicazione dell’Accordo di Integrazione e siamo disponibili ad organizzare un incontro di discussione tra tutti gli interessati.

Rete Scuole di Italiano per Migranti di Bologna
(Aprimondo-Centro Poggeschi, Associazione Ya Basta! Bologna, Scuola SIM XM24, Famiglie Insieme, Scuola By Piedi-Chiesa Evangelica Metodista, Scuola Alfabeti Colorati)

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